
Iper protetti fuori e abbandonati dentro:
il bisogno dei giovani di ritornare in natura
e le possibilità offerte da Cascina Rapello
Intervista di Nicole Maestroni a Marcella Danon,
direttrice Ecopsiché – Scuola di Ecopsicologia
Ansia, paure dell’ignoto e paralisi di fronte agli imprevisti… sono solo alcuni di sentimenti sempre più diffusi in una certa fascia della popolazione: quella più giovane.
I benefici delle attività in natura per superare questo senso di impotenza sono più che noti e da quasi vent’anni Liberi Sogni si occupa proprio di questo. Negli ultimi cinque, in particolare, lo sta facendo a Cascina Rapello attraverso corsi di outdoor education, campi estivi in tenda per giovani da tutta Europa e giornate con laboratori ed esplorazioni in natura per famiglie.
Ne abbiamo parlato con…
Marcella Danon, psicologa, scrittrice, docente all’Università della Valle d’Aosta e direttrice di Ecopsiché – Scuola di Ecopsicologia.
Siamo partiti proprio dal disagio giovanile, cercando di capire come nasca e come si possa alleviare grazie agli insegnamenti di madre natura.
Grazie per essere qui con noi oggi, Marcella! Prima di iniziare, ti chiederei di raccontarci un po’ di te.
«Sono una grande amante della natura, prima di tutto, ed è questo che ha dato direzione alla mia vita. Sono ecopsicologa, psicologa per le organizzazioni e amo scrivere. Nel 2004 ho fondato la prima Scuola di Ecopsicologia in Italia, contribuendo a promuovere questa disciplina nel nostro Paese, in cui rappresento la International Ecopsychology Society (IES).
Mi occupo di facilitazione della relazione tra esseri umani e, soprattutto, tra esseri umani e natura, un ambito in cui c’è molto lavoro da fare di questi tempi, in cui abbiamo bisogno di ridare radici alla nostra identità. Questo è un ambito di cui si occupa anche Liberi Sogni con cui è nata, fin dal primo incontro, più di 10 anni fa, un’immediata sintonia».
Ci piacerebbe parlare, considerando la tua esperienza educativa, dell’attuale condizione giovanile e di alcune situazioni di disagio che sembrano sempre più comuni.
Ma partiamo dall’inizio: secondo te, come stanno i ragazzi d’oggi?
«Ho riflettuto molto su questo tema e penso che i giovani di oggi siano iperprotetti fuori e abbandonati dentro.
Cosa intendo per “iper protetti fuori”? Che gli adulti di riferimento (genitori e insegnanti), pur avendo le migliori intenzioni, sono sempre molto presenti nella vita dei bambini per dire loro cosa non fare – toccare, sporcarsi, sperimentarsi, correre… – portandoli indirettamente a sviluppare l’idea di una natura intrinsecamente ostile e pericolosa.
La mancanza di confronto con stimoli caotici e complessi, come ad esempio un bosco o un fiume, ha impedito loro di sviluppare le capacità per valutare i rischi e affrontare gli imprevisti. I loro giochi sono spesso concentrati in ambienti chiusi, disinfettati, climatizzati e asettici, in cui i genitori diventano filtri tra i bambini e ciò che li circonda, impedendo loro di affrontare le sfide che la natura normalmente propone e abituandoli al fatto che le soluzioni arrivano sempre dagli altri, non da una ricerca in prima persona.
Cosa intendo per “abbandonati dentro”? Che questi giovani sperimentano un abbandono sul piano emotivo e spirituale e faticano molto a comprendere il senso della vita. Viviamo in un mondo saturo di informazioni, dove non sono più chiare le linee guida per poterle analizzare in autonomia e metterle in connessione con l’esperienza.
I bambini sono lasciati da soli nel gestire la complessità del mondo e questo genera in loro un’ansia che poi spesso sfocia in ecoansia perché giustamente, di fronte a tante notizie catastrofiche, si chiedono se ci sarà ancora un mondo in cui vivere quando saranno grandi. Questa ecoansia finisce poi a sua volta con l’inglobare tutta l’ansia che vivono sul piano personale».
Come stanno gestendo i giovani queste grandi e profonde difficoltà?
«Si stanno isolando: non si sentono più parte di una rete e non parlano più con gli adulti che li circondano. Le informazioni arrivano in modo asettico, meccanico e impersonale e loro finiscono per soddisfare tutti i bisogni con un interlocutore artificiale e questo non permette loro di imparare a relazionarsi con gli interlocutori umani.
C’è un concetto che viene dalla geografia, una materia che fa parte della mia formazione, che si chiama urbanizzazione del pensiero. Sostiene che nel mondo attuale sia le nostre città sia i nostri pensieri stanno diventando sempre più veloci, tecnocentrici, frammentati e disconnessi dall’ambiente naturale. Così i bambini vivono in luoghi artificiali, giocano da soli in casa; e il loro modo di pensare non si confronta mai con la diversità e con ciò che è fuori dall’ordinario. Questo genera poi una grande difficoltà a confrontarsi con ambienti non urbani.
A questo si aggiunge il cosiddetto deficit di natura, termine coniato dall’educatore Richard Louv che parla di come la mancanza di connessione con la natura si traduca in disconnessione dall’ambiente vitale e collettivo. Così ci ritroviamo giovani che, sottoposti a pressioni scolastiche, sociali e familiari, senza più esperienza del contatto vivificante con la terra; sviluppano forme abnormi di irrequietezza, difficoltà di concentrazione, di relazioni, ansia, apatia e depressione».
Allora di cosa hanno bisogno i giovani per superare tutto questo?
«Hanno bisogno di sperimentarsi in ambienti con un gioco non strutturato, di avere il tempo di annoiarsi e di creare da soli i propri giochi, di esplorare e di sperimentarsi. Sono ormai in tanti a dirlo e in educazione si è iniziato a parlare proprio di pedagogia del rischio, che permette ai bambini di sperimentare, ovviamente sotto osservazione, una forma di rischio controllato come quella di accendere un fuoco o arrampicarsi su un albero, in modo da avere la possibilità di capire da soli cosa possono o non possono fare: finché un bambino non si arrampica e non cerca di raggiungere un ramo fuori dalla sua portata, non capirà mai cosa vuol dire mantenere l’equilibrio e coordinare le proprie forze per raggiungere un obiettivo.
È qui che arriva la bellezza, la potenza, l’importanza e la preziosità di quello che fa Liberi Sogni a Cascina Rapello: perché qui i giovani trovano adulti che amano la natura e sono portatori di una relazione dialogica con essa; adulti pronti ad accoglierli e accompagnarli nel riconoscere i loro timori e le loro ansie, senza prenderli in giro; ma anzi, aiutandoli nell’elaborazione di emozioni e preoccupazioni.
Hanno bisogno di essere affiancati soprattutto nel rielaborare le preoccupazioni per l’ambiente, in ottica non catastrofistica, ma sviluppando quella che Joanna Macy, questa splendida ecopsicologa, educatrice e ambientalista – mancata da poco – chiama speranza attiva, che è il vero antidoto per l’ansia. Quando i ragazzi scoprono che facendo qualcosa di concreto, per esempio coltivando l’orto, e cambiando così la propria alimentazione, o costruendo un rifugio per gli uccelli per ripararli dal freddo dell’inverno, incidono sulla realtà, promuovono quel senso di autoefficacia che oggi è così importante permettere loro di conquistarsi».
Ma come possono le persone che hanno sempre vissuto in luoghi artificiali e prevedibili, superare lo shock iniziale quando entrano in ambienti completamente diversi da quelli urbani?
«Questa è un’ottima domanda e ti rispondo con il consiglio dato da James Cook, educatore statunitense che pone l’attenzione sulla necessità di accompagnare poco a poco chi non è abituato a stare in natura. In base al livello di disconnessione, consiglia addirittura di iniziare con dei libri e dei video; per poi portare qualche elemento naturale o animale in casa. In seguito consiglia la frequentazione di natura addomesticata, come quella nei parchi, per poi proseguire verso quella più selvatica.
La cosa importante importante è non forzare assolutamente il contatto con la natura. In questo senso, Liberi Sogni è molto avvantaggiata: Cascina Rapello di trova a poco più di mezz’ora dall’area urbana e per raggiungerla da Aizurro si attraversa un sentiero ampio che porta a un grande prato. Questo permette di abituarsi gradualmente a questo ambiente, soprattutto se si viene accompagnati in allegra compagnia, come in tutte le iniziative che vengono realizzate».
Tra le numerose attività svolte a Liberi Sogni, quali sono secondo te le più efficaci per coinvolgere i giovani in un contatto con la natura?
«Un’attività che mi è sempre piaciuta moltissimo, e che Liberi Sogni ha praticato già al CrazyBosco, è la creazione di mandala (una figura armonicamente composta attorno a un centro, come i rosoni delle Chiese) con gli elementi naturali. È una pratica artistica, adatta a tutti, che prevede una raccolta iniziale di elementi naturali e la successiva composizione del mandala sul terreno. Un’attività semplice e giocosa che può essere svolta in solitaria o in famiglia e permette di iniziare a fare amicizia col bosco e superare il timore degli elementi che lo compongono.
Un’altra attività molto efficace coi bambini è la realizzazione delle “impronte digitali degli alberi”: si appoggia un foglio a un tronco e, con un pastello, usato non con la punta ma di piatto, si realizza un frottage che ripropone sulla carta la trama della corteccia. Si possono poi inserire occhi e bocca su questo ricalco per personificarlo e far diventare l’albero un compagno di giochi.
La Land art ha un grande potere nel rendere familiare la natura e a Cascina Rapello c’è un bellissimo percorso di Land art da scoprire con una passeggiata sul Monte di Brianza».
Questo articolo è stato pubblicato anche sul sito di Terra Nuova
