«Un luogo dove puoi farti degli amici»

L’importanza di costruire comunità situazionali e
l’esempio di Cascina Rapello.

Intervista di Nicole Maestroni a Ennio Ripamonti,
presidente di Metodi – società di consulenza e Scuola di sviluppo di comunità

Fare comunità oggi non è più solo un ideale educativo e sociale, è una questione fondamentale per il benessere fisico e mentale delle persone.

Mentre nelle società individualizzate crescono i fenomeni di isolamento e solitudine; l’esperienza di comunità di Cascina Rapello rappresenta un’occasione per vivere insieme e sperimentare incontri significativi, in un ambiente naturale che favorisce relazioni profonde e durature.

Ne abbiamo parlato con…

Ennio Ripamonti, psicosociologo, docente universitario, socio fondatore e presidente di Metodi: la società di consulenza e Scuola di sviluppo di comunità che quest’anno compie ben 40 anni di attività.

Partendo da un’analisi generale del fenomeno della disconnessione sociale, abbiamo parlato delle possibili soluzioni attraverso la costruzione delle cosiddette “comunità situazionali” postmoderne.

Grazie per essere qui con noi oggi, Ennio. Prima di cominciare vorremmo che ci parlassi un po’ di com’è nata Metodi e di cosa si occupa.

«Metodi è una società di formazione e consulenza nel mondo welfare e sociale che collabora con il Terzo Settore e la pubblica amministrazione. Nasce negli anni ‘80 come “Associazione per lo studio e lo sviluppo di comunità”, grazie a una serie di esperienze di cooperazione internazionale, nel solco della pedagogia di Paulo Freire e della psicologia di comunità americana ed europea.

Negli anni Metodi è cambiata ma ha mantenuto l’interesse per lo sviluppo di comunità, realizzando numerosi interventi in diversi ambiti delle politiche pubbliche: dalla rigenerazione urbana e sociale di aree periferiche attraverso il coinvolgimento dei residenti, ai programmi di prevenzione e promozione della salute, alle politiche giovanili e altro ancora.

Metodi è anche una Scuola di sviluppo di comunità che quest’anno ha raggiunto la sua 25^ edizione, con un approccio interdisciplinare che nel tempo ha coinvolto diverse figure professionali tra i partecipanti: psicologi, assistenti sociali, sociologi, antropologi, educatori professionali, urbanisti, medici, infermieri professionali, attori e sacerdoti. Persone che, a partire da sensibilità e focus diversi, sono accomunate dal bisogno (e dalla scelta) di lavorare “nei” e “con” i contesti di vita.»

«Se sei d’accordo partirei dalla fine, ossia da quali sono gli effetti positivi della costruzione di una comunità. Secondo il rapporto “From loneliness to social connection” dell’OMS (luglio 2025), nei Paesi occidentali è sempre più in crescita il fenomeno della disconnessione sociale. Questo significa gli individui possono avere diverse relazioni ma percepirle come poco profonde o significative. 

L’origine di questo problema si può rintracciare in altri due fenomeni in costante crescita e che sono sempre più intrecciati tra loro: l’isolamento e la solitudine. Anche se sembrano molto simili, non vanno però confusi: l’isolamento è una condizione oggettiva in cui una persona ha una rete sociale ristretta e non per sua scelta; la solitudine, invece, è una condizione soggettiva legata allo stato emotivo della persona che può sentirsi sola pur avendo relazioni sociali. Tra le conseguenze della disconnessione sociale ci sono lo sviluppo di disturbi mentali, malattie croniche e perfino un abbassamento dell’aspettativa di vita. 

Il rapporto dell’OMS suggerisce quindi la costruzione di programmi che producano comunità: non nel senso nostalgico e romantico del termine, come ritorno a un passato (peraltro presunto) che ormai si è dissolto; ma attraverso azioni che abbiano un impatto positivo sulla qualità della vita delle persone: qui e ora. Se un tempo si viveva in comunità di sangue e di suolo, nella nostra epoca ci troviamo sempre più spesso a vivere dimensioni comunitarie centrate su interessi, pratiche e situazionalità. 

Cascina Rapello è questo: un luogo che unisce le persone attraverso una mediazione di uno spazio fisico e naturale. Anche la sua rigenerazione spiega il suo scopo: non è tornata ad essere una cascina contadina come lo è stata fino alla metà del Novecento, è diventata un luogo dove si possono realmente coltivare relazioni di valore.»

Ci piacerebbe capire meglio quali sono le cause che portano alla solitudine e all’isolamento. Sono puramente sociali ed economiche oppure nel tempo c’è stato anche un cambio di mentalità?

«Solitamente tendo a non generalizzare perché sono tanti i fenomeni coinvolti in questo cambiamento epocale. Alcuni sociologi della scuola francese, penso a Alain Touraine, Gilles Lipovetsky e Alain Ehrenberg; definiscono infatti la nostra come una “società individualizzata” (se non addirittura iper-individualizzata) dove conta più il singolo individuo rispetto alla collettività. È un dato storico che ha anche degli aspetti positivi: i diritti e le possibilità del singolo sono molto più riconosciuti rispetto al passato. 

Penso a un ambiente come quello della Brianza dell’Ottocento dove sono nati e cresciuti i miei nonni: a quei tempi non si era mai da soli, si faceva sempre parte di un gruppo (la famiglia, il paese…) e questo dava stabilità e sicurezza; ma allo stesso tempo bloccava le persone dentro una gerarchia sociale piuttosto rigida, in cui ciò che si poteva essere era già segnato alla nascita. Ricordo un proverbio dialettale brianzolo che spesso citava mia nonna (classe 1898): Cà, tèra e pulé: chi gh’ha quij chì, l’è a post per tücc i dì, tradotto “Casa, terra e polli: chi ha questi qui, è a posto per tutti i giorni”. L’espressione celebra celebra la sobrietà, la sicurezza domestica e la piccola economia familiare tipica delle comunità rurali brianzole ma anche l’orizzonte rassicurante di un mondo protettivo al proprio interno ma anche piuttosto chiuso alle novità e sospettoso verso chi “viene da fuori”. Ora abbiamo molta più libertà (oltre che più risorse) ma il prezzo da pagare per questa libertà è proprio la solitudine, come ci ha insegnato il sociologo Zygmunt Bauman.

Oltre a questo c’è stato sicuramente un cambio nello stile di vita: un’espansione dei tempi del lavoro, la crescente urbanizzazione e perfino un cambiamento nella forma delle case. Ha vinto il format dell’appartamento che ha una radice semantica molto chiara: quella dello stare appartati. L’appartamento dà comfort e privacy ma, molto facilmente, isola e rinchiude. Penso che questa sia una delle cause più importanti del successo degli spazi di coworking: diverse persone potrebbero anche lavorare da casa, senza vedere mai nessuno, ma non siamo fatti così. Non è scomparso il bisogno di relazione umano, è solo cambiato. È per questo che a volte, quando le persone non riescono a stabilire delle connessioni dal vivo, si rifugiano nel mondo digitale.

Pensando all’esperienza di Liberi Sogni, viene da chiedersi: può la rigenerazione di uno spazio, come quella che è stata portata avanti a Cascina Rapello e prima ancora in altri luoghi come il Parco Ludico, contribuire allo sviluppo di una comunità?

«Sicuramente, ci sono tanti modi per sviluppare una comunità. Il processo di rigenerazione di Cascina Rapello ha portato alla riscoperta di un luogo che era finito, perché la storia ha segnato la fine della sua vecchia funzione, e ha acquisito un nuovo significato pienamente postmoderno. È diventata un’oasi ecosociale dove ci si riconnette alla terra attraverso la mediazione delle persone che la vivono e di valori condivisi.

Tornerei ora un attimo indietro per dare una definizione di “comunità”. Secondo molti antropologi c’è una comunità in dove “si lavora insieme, si prega insieme, si mangia insieme e si fa festa insieme, per cui ogni luogo può potenzialmente dare origina a una comunità.

Anche la nozione di “luogo”, in realtà, è interessante perché c’è una continua rarefazione dei terzi luoghi come li ha definiti il sociologo americano Ray Oldenburg, ossia quegli ambienti che non erano né casa, né lavoro; i due luoghi dove le persone nella società industrializzata trascorrevano la maggior parte del loro tempo. Nei terzi luoghi, come i bar, gli oratori, le sedi di partito; le persone potevano incontrarsi e conoscersi al di fuori delle logiche produttive e familiari. 

Al giorno d’oggi molto spesso sono stati sostituiti da luoghi dediti al commercio in cui le relazioni si basano su una transazione economica: non ci si può più sedere in una caffetteria senza consumare come facevano gli artisti del primo Novecento, come raccontano Ernest Hemingway in Festa mobile o Julio Cortàzar in Rayuela

È importante anche sottolineare la differenza tra “luogo” e “spazio”: i luoghi sono dotati di un’identità che costruisce un senso di appartenenza e crea legami di valore. Per questo il sociologo francese Marc Augé definisce “non luoghi” gli spazi come gli aeroporti e i centri commerciali, dove l’individuo è solo in mezzo a una folla in cui ognuno ha il proprio obiettivo e non sviluppa appartenenze o legami.»

Possiamo quindi dire che Cascina Rapello è un luogo che genera un senso di appartenenza e crea legami di lavore?

«Certo, e ti dirò di più: è un luogo molto speciale e sempre più raro. Cascina Rapello è un luogo dove puoi farti degli amici. Qui si può vivere un’esperienza di relazione con sé stessi, con gli altri e con l’ambiente circostante, in maniera non frettolosa e con una lentezza che stimola la concentrazione e la disponibilità all’ascolto. 

Penso che l’amicizia sia oggi più necessaria che mai ma anche molto più difficile da vivere: è necessaria in quanto esperienza di riconoscimento reciproco, non dominata dalla performance, caratterizzata da una forma di legame libero e non obbligato. In contesti individualizzati e competitivi l’esperienza dell’amicizia è sempre più rara, minacciata da precarietà dei legami (facili da attivare ma anche facili da interrompere), mobilità, intermittenza, digitalizzazione e assenza di luoghi terzi. 

In un certo senso si potrebbe dire che Cascina Rapello rappresenta un dispositivo, nella definizione del filosofo Giorgio Agamben; che fa sì che succedano delle cose: il contatto con la natura e con gli altri, di cui c’è un grandissimo bisogno dentro e fuori le città, e la soglia simbolica rappresentata dal bosco, in cui è stato costruito un senso di scoperta, avventura e condivisione, consentono la nascita esperienze relazionali contrassegnate dalla quiete.

In altri termini, Cascina Rapello non è solo un luogo fisico, ma una configurazione di pratiche, spazi, regole, immaginari e possibilità che produce relazioni, comportamenti e forme di soggettività.» 

In un ambiente molto conviviale e informale come Cascina Rapello, quanto l’impatto normativo rischia di soffocare, anziché sostenere, le attività della comunità?

«Effettivamente le normative possono essere molto impattanti, soprattutto durante gli eventi. Da un lato nelle società individualizzate, come abbiamo detto, la tutela degli individui viene messa al primo posto e questo ha portato a regolamentazioni molto dettagliate e sofisticate.

Dall’altro lato molte organizzazioni non riescono a stare al passo e smettono di proporre iniziative. Basti pensare che, secondo una stima dell’Istat (2025) oltre il 60% delle associazioni italiane non è iscritta al RUNTS (Registro Unico Nazionale del Terzo Settore) per una combinazione di burocrazia, costi, timori e incomprensioni. La stessa sociologia della burocrazia (basti pensare ad un classico come Max Weber) ne aveva già individuato da tempo positività (razionalità, efficienza, competenza tecnica, stabilità, prevedibilità) e rischi (irrigidimento, disumanizzazione, perdita di autonomia, inefficienza paradossale).

Non a caso il sociologo tedesco ne ha descritto il rischio con l’eloquente espressione Stahlhartes Gehäuse che significa letteralmente “involucro duro come l’acciaio”; come dire che la burocrazia può essere una vera e propria gabbia d’acciaio, rigida e sorda. 

La pandemia da Covid-19, in questo senso, ha inciso molto su questo aspetto: sono stati introdotti sistemi di sicurezza straordinari che in alcuni casi sono continuati anche una volta usciti dall’emergenza. Ciò che nasce per proteggere può anche finire, in buona o cattiva fede, per soffocare e mortificare. Questo può indurre nelle persone demotivazione, perdita di spontaneità e leggerezza.

Bisogna quindi cercare un equilibrio difficile tra le leggi e i protocolli che tutelano le persone e l’iniziativa spontanea e autentica delle realtà associative e comunitarie.»